(Inter)Nazionali Archive

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Pulizie Scuola presidio al Ministero

PULIZIE SCUOLA: 22 DICEMBRE PRESIDIO AL MINISTERO DEL LAVORO

Roma, via Fornovo 8 – ore 10.00

 

Lunedi 22 dicembre,  dalle ore 10.00, l’USB organizza il presidio dei lavoratori ex-lsu impegnati  negli appalti di pulizie della scuola, che manifesteranno sotto il Ministero del Lavoro, in via Fornovo 8, in occasione della convocazione per le procedure di licenziamento collettivo aperte dalle aziende appaltatrice dei servizi.

 

L’USB ha proclamato lo stato di agitazione degli ex-lsu scuola per chiedere una revisione radicale dell’attuale gestione dei servizi e dei lavoratori; per rinnovare la richiesta che si operi per un intervento legislativo volto a ottenere la vera stabilizzazione del personale, oggi impegnato in ditte appaltatrici, attraverso l’assunzione negli organici Ata e con l’ obiettivo di ottenere per tutti gli addetti il pieno mantenimento dei livelli occupazionali e reddituali.  Infine lo stato di agitazione è proclamato affinché si operi a una revisione del sistema adottato, che responsabilizzi committente e commissionari al fine di garantire come dovuto qualità dell’occupazione e del servizio.

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Risoluzione del Parlamento europeo sul riconoscimento dello Stato di Palestina

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Nella risoluzione approvata mercoledì, si legge che il Parlamento europeo sostiene “in linea di principio il riconoscimento dello Stato palestinese e la soluzione a due Stati, e ritiene che ciò debba andare di pari passo con lo sviluppo dei colloqui di pace, che occorre far avanzare”.

 

Per sostenere gli sforzi diplomatici europei nel processo di pace in Medio Oriente, si è deciso di lanciare l’iniziativa “Parlamentari per la pace”, per riunire gli eurodeputati e i deputati dei parlamenti di Israele e Palestina.

 

La risoluzione è stata redatta da cinque gruppi politici ed è stata approvata dall’intero Parlamento con 498 voti favorevoli, 88 contrari e 111 astensioni.

 

Il Parlamento ribadisce “il proprio fermo sostegno a favore della soluzione a due Stati basata sui confini del 1967, con Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati e con uno Stato di Israele sicuro e uno Stato di Palestina indipendente, democratico, territorialmente contiguo e capace di esistenza autonoma, che vivano fianco a fianco in condizioni di pace e sicurezza, sulla base del diritto all’autodeterminazione e del pieno rispetto del diritto internazionale”.

 

I deputati condannano con la massima fermezza tutti gli atti di terrorismo o di violenza.

 

Stop alle divisioni interne nelle fazioni palestinesi

 

I deputati sottolineano la necessità di consolidare il consenso attorno al governo dell’Autorità palestinese e sollecita tutte le fazioni palestinesi, compresa Hamas, a fermare le divisioni interne.

 

Insediamenti illegali

 

La risoluzione ribadisce che gli insediamenti israeliani sono illegali ai sensi del diritto internazionale, chiede all’UE di diventare un vero e proprio facilitatore nel processo di pace in Medio Oriente e all’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE Mogherini di favorire una posizione comune europea per la soluzione del conflitto.

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Ci ha lasciato Bianca Bracci Torsi

Ci ha lasciato la compagna partigiana Bianca che ha lottato fino alla fine per la libertà  di tutt@. Che la terra ti sia lieve con i cuori infranti e pugni alzati al cielo.
Partigiani sempre
Radio Vostok.

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LA FORTEZZA OTTOMANA FATTA ERIGERE NEL XV SECOLO OGGI OSPITA UN MUSEO ETNOGRAFICO. É IL MURAD CASTLE, O MURAD FORTRESS

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Si trova a circa 4 chilometri a sud di Betlemme e fu costruita per proteggere le tre grandi vasche da cui origina il sistema idrico che dall’epoca del dominio romano fino al 1967 ha portato acqua a Betlemme, Gerusalemme e dintorni. Ora le canalizzazioni sono state deviate. Le colonie hanno bisogno di acqua!
L’area è conosciuta (non quanto meriterebbe) come “piscine di Salomone” o “di Suleiman”,cioè Solimano il Magnifico che in realtà le ristrutturò nel XVI secolo. È una zona molto bella e di conseguenza la lotta è dura perché i coloni, sempre pronti a rivendicare come proprio il possibile e l’impossibile, cercano agganci per sottrarre ai palestinesi anche questo sito. Ogni tanto si fanno vedere, ovviamente scortati dai soldati dell’IOF perché, pur essendo ai sensi della legalità internazionale dei fuorilegge, in questo mondo rovesciato godono della protezione dei soldati. Ma a pensarci bene non è paradossale come sembra, perché l’esercito è esercito di occupazione, al pari dei coloni, quindi ogni tessera torna al suo posto!
Il Murad Castle Museum, questo il suo nome, frutto di un progetto di recupero che fino allo scorso anno sembrava solo un sogno, raccoglie all’incirca 1500 reperti importanti non solo a ricostruire la storia della Palestina, ma anche a sfatare luoghi comuni lanciati come consapevoli bugie e ripetuti per anni come inconsapevoli e coriacee convinzioni. Insomma, ha la funzione, come tutti i musei di questo tipo, di sconfiggere il pregiudizio e di testimoniare, attraverso gli oggetti del quotidiano più o meno antico, l’identità di un popolo nelle diverse sfaccettature che lo riguardano. Ci sono anche altri musei etnografici degni di nota in tutta la Palestina, ce n’è anche uno a Gaza miracolosamente salvatosi dai bombardamenti di “piombo fuso”. Non so se sia riuscito a salvarsi anche dall’ultima terribile aggressione detta con una bella dose di cinismo “barriera protettiva”. Spero di sì,anche quello era veramente interessante. Lì per la prima volta ho visto le monete palestinesi, i palestinian pounds, che l’occupazione israeliana ha eliminato costringendo i palestinesi a usare lo shekel, cioè la moneta dello stato di Israele, considerato, per uno di quei paradossi della storia di difficile comprensione, uno stato democratico tout court. L’anima, l’ideatore, il direttore, il “raccoglitore” che ha reso possibile la realizzazione del Murad Castle Museum è un uomo nato nel 1941 da una famiglia di pastori. Si chiama Is’haq Hroub e ci tiene a dire che è nato a Deir Samit, Dura, a sud di Al Khalil, la città conosciuta anche col nome di Hebron e che da bambino ha fatto il pastore. In seguito ha studiato matematica all’Università di Hebron, ma ha sempre mantenuto interesse per ogni cosa riguardante la tradizione, in particolare la tradizione rurale della Palestina. Quella della sua infanzia. Quella che ha rappresentato l’imprinting alla sua formazione quando, da bambino, in estate, dormiva sul tetto della sua casa (come ancora si fa nelle colline a sud di Hebron) davanti al cortile in cui si riunivano gli anziani del villaggio di cui ascoltava i discorsi. Quelle parole sono state la prima spinta alla sua futura ricerca. Ho passato al museo quasi l’intera giornata perché Is’haq mi ha raccontato la storia di ogni cosa. Prima di andarmene ho ceduto alla tentazione di indossare un copricapo nuziale, quello che vedete in foto. Non era quello che mi piaceva di più, avrei preferito quello delle spose di Gaza o di Jenin, più fantasiosi, con le monete come tintinnanti pendenti con un bell’effetto estetico, ma m’è stato dato quello di Ramallah perché era il meno a rischio di rovinarsi una volta uscito dalla teca. Ho imparato finalmente la funzione delle monete come decorazioni: rappresentavano la dote consegnata dallo sposo alla sposa e quest’ultima, ovviamente, la metteva in mostra indossandola il giorno delle nozze. La dote apparteneva alla sposa e la poteva usare solo lei. Credo che questo dalle nostre parti lo sappiano in pochi. Le spose di Ramallah portavano una specie di cuffia bordata di monete legate fitte fitte fino a formare un bordo di metallo, o più d’uno se la dote era molto ricca. Quella che ho indossato io doveva essere stata di una sposa con una buona dote perché avrà pesato
almeno due chili e aveva più file di monete l’una sull’altra. Un peso comunque sopportabile per il tempo di una foto!
Is’haq, dopo aver accennato agli anziani che ascoltava da piccolo dal tetto della sua casa, ci tiene a parlare di una figura che è stata prima la sua amatissima zia e poi una sorta di musa ispiratrice. Infatti è a lei che deve il suo libro (in uscita entro l’anno in arabo e inglese con la casa editrice Al Diar di Betlemme, finanziato e patrocinato dall’Università di Friburgo) titolato “Atlas Palestinian Rural Heritage”. Mi ha parlato della figura di questa donna facendomi entrare quasi nella sua famiglia. Ora so anche che era nata nel lontanissimo 1870, che era nubile e si era dedicata ai suoi nipoti con allegria e con amore, tanto da lasciare una traccia così profonda che a distanza di tanti decenni dalla sua morte lui ne parla come se stesse preparando lo yogurt o il caffè nella tenda dei pastori che è alle nostre spalle.
Nel 1958, quando era ancora un ragazzo, Is’haq ha iniziato a raccogliere gli oggetti che gli sembrava rappresentassero qualcosa che era importante non lasciare che si perdesse. Ha iniziato dal suo villaggio, poi ha allargato la ricerca in tutta la Palestina, quindi è andato a cercare testimonianze nei campi profughi in Siria e in Giordania. Per anni è stato preso per matto per questa sua passione di raccogliere “oggetti”. Oggi quegli oggetti sono “reperti” e nessuno lo considera più matto. A volte basta trovare il termine giusto per dare il giusto senso alle cose e alle situazioni. Non vale solo per l’etnologia, vale per tutto, a partire dalla storia. Pensiamo, per esempio, quando nei libri di storia si leggerà che l’esercito israeliano ha ucciso o arrestato migliaia di palestinesi in questi decenni. Proviamo a fare un gioco insieme: se lo chiamiamo IDF oppure lo chiamiamo IOF la semplice notizia degli arresti, anche senza arrivare alle stragi, assume due significati diametralmente opposti: la D sta per “defense”, la O sta per “occupation”. La verità è un dato di fatto, ma non basta questo per essere immediatamente riconosciuta. Il resto va da sé.
Ma non voglio distrarmi, torno all’importanza dei reperti raccolti da Is’haq e alla sua storia di uomo che sentiva il passato raccontatogli dalla zia e vissuto da bambino, sfuggire al presente fino a rischiare di cancellarsi nel futuro. Ecco allora che gli abiti tradizionali e diversi tra loro delle donne di tutta la Palestina, la cintura con la fibbia del funzionario di polizia palestinese degli inizi del secolo scorso, le monete palestinesi, l’arredamento della stanza degli sposi, l’intero set per la tostatura, la macinazione, la bollitura del caffè e l’uso sonoro dello strumento per macinare il caffè che, a seconda del tipo di battuta, diventava accompagnamento musicale alla rababah o avviso al villaggio dell’arrivo di un pericolo, o accompagnamento a un funerale e così via. La bellezza di alcuni larghi vassoi in rame o in paglia, alcuni con disegni che richiamano le antiche divinità cananee, ma di una grandezza tale che una volta riempiti di cibo venivano portati da cinque uomini e quindi servivano al consumo conviviale in momenti rituali che riguardavano l’intera comunità. Quella che viveva su questo territorio anche quando qualcuno diceva che era una terra senza popolo. In una stanza del museo dedicata a utensili di uso rurale, quali forconi e falci, ho visto appese delle fionde. Accanto a quella a Y che si una con due mani e quella pendula che lancia la pietra dopo averla fatta roteare, c’era una stecchetta di legno che sembrava avanzata da un imballaggio, con un pezzetto di gomma di lato. Non mi sarei sognata che fosse un’arma se Is’haq non mi avesse mostrato come usarla. Il pezzetto di gomma, posizionato in un certo modo e teso al massimo, serviva a lanciare un dardo o un sasso e veniva usato dai ragazzi contro gli inglesi quando si era capito che il destino della Palestina correva il rischio che oggi è realtà.
Spaziando tra un reperto e l’altro Is’haq ha raccontato la storia della Palestina, dal mondo rurale – che è quello che seguita ad alloggiare in una parte della sua anima oltre che nella sua memoria – al mondo urbano. Prima di lasciarmi andar via ha voluto cantare tre pezzi accompagnandosi con la rababah, una poesia, un canto dei lavoratori e una canzone beduina. Non ho capito neanche una parola, come normale dato che ha cantato in arabo, ma mi è piaciuto vedere che l’uomo di scienza che ha dato vita al museo, e l’analfabeta pieno di sogni incontrato a Mar Saba due giorni fa, sono parte dello stesso paese e rappresentano entrambi un’identità culturale che, come fosse niente, passa “anche” per gli stessi “oggetti”.
Una nota negativa uscendo dal museo: in 5 ore non è entrato nessuno, né palestinese, né turista. Turisti ce ne sono pochissimi in questo periodo, è vero, ma quelli che ci sono non vanno oltre la chiesa della Natività. Allora vorrei lanciare un appello: la Palestina è ricca di testimonianze culturali, andiamole a cercare e portiamo ossigeno alla Resistenza anche visitando quel che è fuori dai percorsi turistici e quel che è fuori dai percorsi della tradizione militante. Le due cose non si escludono ma si integrano. Oggi ne ho avuto l’ennesima prova conoscendo un uomo che mi ha raccontato 73 anni di Palestina, oltre che della “sua” Palestina. Grazie Is’haq Hroub.
Patrizia Cecconi 5 settembre 2014

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AKUB, IL “CARDO” SELVATICO DEL MEDIO ORIENTE.

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Nelle zone semi-aride del Medio Oriente, dopo le piogge autunnali, spunta una pianta della famiglia delle asteracee. E’ una famiglia ricca, quella delle asteracee, i botanici hanno classificato 23.000 specie raccolte sotto 1500 generi appartenenti a questa famiglia il cui nome deriva dalla forma del fiore. Sarebbe meglio dire dell’infiorescenza perché, in realtà, quello che sembra un unico fiore altro non è che l’insieme di moltissimi piccoli fiori che hanno solo la forma di petali ma in realtà sono singole individualità sorgenti dalla stessa
base e nutrite dalla stessa linfa. Un po’ come un popolo originario dello stesso territorio e nutrito della stessa cultura.
La famiglia delle asteracee, proprio per questa sua caratteristica di raccogliere un “popolo” di piccoli fiori in un unico insieme, si chiama anche delle “composite”, e tra i vari generi che la compongono c’è anche il genere Gundelia di cui consideriamo
la specie tourneforti , ovvero, in arabo, l’akub.
La Gundelia tourneforti fino al 1998 non creava interesse in Occidente, mentre in Medio Oriente e in particolare in tutta la Palestina storica, era già da millenni una pianta apprezzata e molto utilizzata. Nel ”98 è salita agli onori della cronaca anche in Occidente perché alcuni studiosi hanno rinvenuto il suo polline nella Sacra Sindone, lasciando così supporre che i soldati romani, 1981 anni fa, si divertirono a confezionare la corona di spine con cui avrebbero “incoronato” Gesù prima della crocifissione, come ultimo dileggio verso l’uomo che aveva messo seriamente in discussione il potere, provando a cambiare i rapporti tra gli umani in nome di un’uguaglianza di dignità che ancora oggi non è data per scontata.
Comunemente la Gundelia viene chiamata “cardo selvatico” per le sue spine e per l’oggettiva somiglianza ad altre specie del genere Carduus. Seguiterò anch’io a chiamarla cardo selvatico, come ho imparato a fare nel suq di Betlemme la scorsa primavera.
Seguiterò a chiamarla cardo selvatico anche pensando a una delle tante leggende che la letteratura classica ci racconta per spiegare la nascita di una specie vegetale: quella del dolore che spuntò dalla Terra per la morte del giovane Dafni, e che sembra adattarsi perfettamente all’episodio – non leggendario ma tragicamente reale – di Yusef Abu Aker, un ragazzino di 14 anni, che verso le 7 di un mattino di marzo, in un villaggio nei pressi di AlKhalil (Hebron), venne ucciso da un soldato dell’IOF (l’esercito di occupazione) mentre raccoglieva gli akub prima di andare a scuola.
Nella leggenda antica fu il pianto di Venere o – a seconda delle versioni – di Diana o di Ermes, ad accompagnare la morte del giovane Dafni, e si racconta che la Terra accolse con
tanto dolore il corpo del ragazzo, che trasformò le lacrime in piante dalle foglie spinose come l’ingiustizia della sua morte.
E’ commovente vedere come nella letteratura antica il dolore, l’angoscia, l’ingiustizia vengano affidati al regno degli dèi i quali, reimpastando i
sentimenti umani con i figli della terra, offrono consolazione alla morte e restituiscono simbolicamente la vita per tutti i secoli di cui è capace la memoria.
Ma Yusef Abu Aker, il giovane raccoglitore di akub, non avrà cantori greci o latini a ricordarlo, e il suo nome andrà a confondersi con quello delle centinaia di bambini che in questi giorni l’IOF ha ucciso a Gaza, e di quelle altre centinaia che ha ucciso nelle aggressioni precedenti, e alle decine e decine che uccide in Cisgiordania in uno stillicidio insopportabile che richiederebbe tutti gli dèi dell’Olimpo per avere un pizzico di consolazione e tutte le piante della Palestina per cantarne la memoria.
Ma torniamo alla Gundelia e vediamola da vicino, tanto più che è una delle poche specie che non crescono spontaneamente sulla nostra sponda del Mediterraneo.
La si può vedere andando in Palestina, ma solo dall’autunno alla primavera perché poi si secca, si stacca dalla radice e vola via, disperdendo nel vento i suoi semi che raggiungono distanze anche di decine e decine di chilometri e portano lontano, dovunque ci sia il terreno adatto al loro attecchimento, nuove piante che offriranno il loro messaggio e i loro frutti a chi continuerà la tradizione della raccolta per scopi fitoterapici o per preparare l’antica ricetta palestinese dell’akub cucinato con carne macinata, limone e yogurt1.
In tutti i suq palestinesi, in primavera, si trovano cesti di questi cardi, solitamente venduti da donne sedute a terra che li preparano al momento, despinandoli prima di venderli. La raccolta non frutta moltissimo e non può essere considerata unica fonte di reddito, ma alcuni ristoranti a Gerusalemme ovest, avendo compreso l’importanza di fare “propria” una ricetta tipicamente palestinese, ne stanno facendo un piatto
“israeliano” per turisti curiosi e poco informati.
Vediamo insieme come si presenta, in modo che chi si trovi in Palestina, o in Giordania, o nei paesi limitrofi in quel periodo possa riconoscerla. La pianta può raggiungere anche gli 80-100 cm d’altezza, ma spesso la si trova non più alta di 20-30 cm. Le sue foglie sono molto spinose e le infiorescenze, se non sono state recise per essere utilizzate prima della fioritura, sono composte da fiori tubulosi di colore biancastro avvolte in brattee di tipo squamoso. Anche le foglie e perfino i semi, volendo, hanno un uso alimentare, questi ultimi possono essere tostati e usati come caffè.
Ma la Gundelia ha anche un uso medicinale. La medicina popolare è un altro aspetto di quella cultura che si lega all’identità di un popolo, e le piante ne sono l’elemento principe. Per quanto riguarda la pianta in questione, essa viene utilizzata da oltre duemila anni come depurativo del fegato e ipoglicemizzante, quindi consigliata anche per chi soffre di diabete. Il latice che si trova nelle venature delle sue foglie viene invece usato contro le verruche, e gli impiastri di foglie e semi essiccati, contro la vitiligine. Inoltre, sempre nella medicina popolare, alla Gundelia si è attribuita nel corso dei secoli una numerosa serie di proprietà farmacologiche che oggi sono state verificate e confermate. Una delle proprietà più significative è sicuramente la ricchezza di sali minerali e di vitamine A, B e C presenti nell’olio che si ricava dai suoi semi e che è adatto al consumo umano. Altra proprietà significativa dal punto di vista salutistico è la capacità di ridurre grasso e colesterolo nel sangue.
1 Per ogni curiosità circa la cucina palestinese, sia per la preparazione che per le origini, v. Fidaa Abuhamdya, “fidafood.blogspot.com”
Studi recenti hanno anche scoperto che la pianta può essere usata per bonificare terreni contaminati da metalli. I suoi semi potrebbero quindi essere dispersi sulle rovine della striscia di Gaza dopo i terribili bombardamenti che pare abbiano inquinato il suolo di pericolosi elementi. Il costo sarebbe minimo e il risultato probabilmente efficace, ma gli akub usati per disinquinare il terreno non potrebbero più essere consumati e il dolore di tanto lutto non svanirebbe certo con la bonifica del suolo.
Sarebbe comunque bello affidarsi a qualche migliaio di “cardi selvatici” per recuperare l’oltraggio immenso fatto dagli uomini alla natura e ad altri uomini. Resterebbe solo la tristezza di vedere come, nella Striscia di Gaza, una tradizione piacevole e gustosa possa trasformarsi in aiuto contro i danni di un’aggressione che poteva essere evitata se solo la giustizia internazionale avesse fatto il suo corso.
Patrizia Cecconi
11 agosto 2014
www.zohorfilistin.org

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Resistenza. La relazione fra la cupola nera che governa Roma e lo sciopero del 12 dicembre di Susanna Camusso.

Occhio non vede, cuore non duole

La relazione fra la cupola nera che governa Roma e lo sciopero del 12 dicembre di Susanna Camusso

12 dicembre, anniversario della strage impunita di Piazza Fontana

L’operazione “mondo di mezzo” che ha scoperchiato la fogna di intrighi, malavita, affari che regola da anni l’amministrazione di Roma è la manifestazione di quella guerra per bande in cui la classe dominante è avviluppata. Tutto il clamore attorno a intercettazioni, atti, relazioni che emergono dall’inchiesta è il clamore di chi non voleva vedere, faceva finta di non vedere che la “mafia-capitale” è un sistema che regola il governo delle città e, in definitiva, di tutto del paese.

Chi ancora non vede, o fa finta di non vedere, che non è una questione di PdL o PD, fa in un modo o nell’altro, consapevolmente o meno, il gioco di questa o quella fazione della classe dominante. E in particolare del Vaticano: nessun mezzo di “informazione”, nessun giornalista d’inchiesta, nessun esponente politico di livello nazionale, nessun mezzo di comunicazione e formazione dell’opinione pubblica chiama in causa il Vaticano, benché proprio lì, a Roma, “non si muove foglia che il Vaticano non voglia”.

La questione è una e una sola: che siano “eminenze grigie” o “volti pubblici”, politicanti o faccendieri, portaborse o funzionari, amministratori o ragionieri… il più sano ha la rogna. La questione è che siamo di fronte non a un ramo marcio del sistema, siamo di fronte alla rappresentazione del sistema economico, politico, amministrativo che è così, marcio.

Fra chi non vede o non vuole vedere, c’è Susanna Camusso.

Sbrigato efficacemente il nodo di rinviare lo sciopero dopo il voto del Senato sul Job’s Act, adesso la parte craxiana della CGIL si adopera per prepararlo, di concerto con la UIL (esemplare l’invocazione a Renzi del neo Segretario Barbagallo: ci dia un motivo per ritirarlo), al modo di stanco e inutile rituale. L’inutilità del rituale non sta nelle modalità e neppure nella data, sta tutto nel non voler vedere e nel non voler far vedere il nesso stretto fraquesto sciopero generale e quanto lo “scandalo” di mafia-capitale dice del Paese.

Non serve a niente chiedere al governo di ritirare il Job’s Act (anche se, per la verità, non è ancora approvato e comunque ogni legge può essere abrogata). La Camusso lo sa. Questo sciopero ha altri compiti, altro ruolo, altra funzione. E’ lo sciopero che chiama a mobilitarsi le masse popolari contro la fogna a cielo aperto che è il governo del paese, ad ogni livello. E’ lo sciopero che chiama i lavoratori di ogni categoria e ogni settore sociale a mobilitarsi per cacciare il governo Renzi – Berlusconi.

 La Camusso può anche fare finta di niente “occhio non vede, cuore non duole”, le centinaia di migliaia di lavoratori che scenderanno nelle strade e nelle piazze no. Loro non possono fare finta di niente: il Ministro Poletti che cenava con la cupola di Roma, il governo Renzi – Berlusconi, i neofascisti sul libro paga dei Servizi Segreti, i presidenti di cooperative, i funzionari che regolano il traffico delle case popolari, i padroni che chiudono e delocalizzano le aziende, i palazzinari, i macellai della scuola pubblica e i parassiti sulla sanità, i cardinali e la Corte pontificia… sono tutti su un carro, litigiosi e ingordi per chi deve spartirsi la fetta di torta più grossa, ma sono tutti sullo stesso carro. Quel carro va rovesciato.

Per questo ben oltre le liturgie sindacali, lo sciopero del 12 dicembre, che già è stato imposto ai nipotini di Craxi che dirigono la CGIL grazie alla mobilitazione degli operai nelle settimane passate, deve essere valorizzato, conquistato, diretto dal protagonismo di chi per vivere deve lavorare.

E’ l’ora di scendere nelle strade, usare tutte le magagne, i litigi, le incertezze della classe dominante (di cui i vertici della CGIL fanno parte, beninteso) per rendere ingovernabile il paese, dal basso, e costruire, dal basso, una nuova governabilità.

Cambiare il corso delle cose è possibile. Sono i lavoratori organizzati e il resto delle masse popolari che lo possono fare con un loro governo d’emergenza che rimedi da subito almeno agli effetti più gravi della crisi con misure d’emergenza.

La chiave di volta della situazione è avere un progetto, un piano d’azione che inquadra le diverse e a volte contrastanti rivendicazioni e aspirazioni delle masse popolari in un obiettivo che le rende compatibili e realistiche. Realistiche, perché la loro realizzazione non dipende da quello che faranno o non faranno Renzi, Bergoglio, Napolitano, Squinzi, Marchionne o chi per essi, cioè da chi non ha nessun interesse a realizzarle, ma dai lavoratori e dal resto delle masse popolari organizzate che, invece, di realizzarle hanno tutto l’interesse.

Da dove iniziare? Costituire organizzazioni operaie nelle aziende private e organizzazioni popolari nelle aziende (ancora) pubbliche che si occupino sistematicamente della salvaguardia delle aziende prevenendo le manovre padronali per ridurle, chiuderle o delocalizzarle, studiando in collegamento con esperti affidabili quale è il futuro migliore per l’azienda, quali beni e servizi può produrre che siano necessari alla popolazione del paese o agli scambi con altri paesi, predisporre in tempo le cose. Questo è oggi il primo passo: lo chiamiamo “occupare l’azienda”.

Stabilire collegamenti con organismi operai e popolari di altre aziende, mobilitare e organizzare le masse popolari, i disoccupati e i precari della zona circostante a svolgere i compiti che le istituzioni lasciano cadere (creare lavoro e in generale risolvere i problemi della vita delle masse popolari), a gestire direttamente parti crescenti della vita sociale, a distribuire nella maniera più organizzata di cui sono capaci i beni e i servizi di cui la crisi priva la parte più oppressa della popolazione, a non accettare le imposizioni dei decreti governativi e a violare le regole e le direttive delle autorità. E’ il contrario che restare chiusi in azienda ed è il passo decisivo: lo chiamiamo “uscire dall’azienda”.

Le organizzazioni degli operai e degli altri lavoratori che “occupano le aziende ed escono dalle aziende” sono la premessa, la base, per costituire un governo d’emergenza popolare e farlo ingoiare ai padroni. Non importa in quanti si è all’inizio in un’azienda. Non importa quante sono le aziende in cui si inizia. Altri seguiranno, perché ogni attacco dei padroni dimostrerà che chi ha iniziato ha ragione. Il Partito dei CARC sostiene, supporta e organizza ogni operaio e ogni lavoratore che si mette su questa strada, che decide di prendere in mano il proprio futuro!

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POLICLINICO TOR VERGATA: LAVORATORI SUL TETTO. “ZINGARETTI CI INCONTRI O RIMARREMO AD OLTRANZA”

Rimangono sul tetto del Policlinico di Tor Vergata i quattro lavoratori, oss e ausiliari dipendenti di imprese che svolgono servizi in appalto, che questa mattina a Roma hanno avviato la protesta contro la perdita del posto di lavoro.

I lavoratori chiedono di incontrare il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti e, in caso contrario, si dichiarano disposti a proseguire la protesta ad oltranza.

L’USB, che sostiene da tempo la battaglia dei lavoratori in appalto, richiede l’internalizzazione del servizio, con gestione diretta da parte del Policlinico e la continuità occupazionale di tutti i lavoratori coinvolti. Una soluzione che determinerebbe garanzia per il servizio, i lavoratori ed i pazienti insieme  ad un notevole risparmio per la collettività.

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CASA ROMA: 11 DICEMBRE MANIFESTAZIONE SOTTO MINISTERO INFRASTRUTTURE CONTRO VENDITA ALLOGGI POPOLARI

CASA ROMA: 11 DICEMBRE MANIFESTAZIONE PER FERMARE

LA VENDITA DEGLI ALLOGGI POPOLARI

Sotto Ministero Infrastrutture – piazzale di Porta Pia, ore 10.00

Partiranno da Tor Sapienza, da San Basilio, da Laurentino 38, dal Tufello e da altre decine di quartieri di Roma gli inquilini delle case popolari organizzati con l’AS.I.A./USB, che giovedì 11 dicembre, dalle ore 10.00, si ritroveranno a Roma sotto il Ministero delle Infrastrutture, in piazzale di Porta Pia,  per chiedere il ritiro del decreto con il quale il governo Renzi vuole mettere in vendita l’intero patrimonio alloggiativo pubblico.

“E’ vergognoso che il Governo si accanisca sulle fasce più povere della popolazione e che si cerchi di cancellare definitivamente il diritto alla casa, eliminando quello che rimane del patrimonio di case popolari”,  attacca Angelo Fascetti, dell’Esecutivo Nazionale USB. “Le case popolari non si vendono, bisogna smetterla di pensare di far soldi con i diritti della gente. Oltretutto l’Italia ha un patrimonio di alloggi popolari che è appena il 3% dell’intero patrimonio residenziale del Paese, mentre in Germania si supera il 50%, in Francia il 40%, in Spagna il 30%. Renzi non può parlare di Europa solo quando gli conviene”.

“I quartieri periferici delle grandi città, dove ci sono i caseggiati di edilizia popolare – prosegue il sindacalista – hanno bisogno di ben altri interventi. C’è bisogno di riqualificazione urbana, di interventi cioè sia sulle strutture che sulle persone, ma di questo non c’è traccia nelle politiche del Governo, neanche nella nuova programmazione per i Fondi europei 2014-2020”.

Evidenzia Fascetti: “La campagna di odio orchestrata in queste settimane contro gli abitanti di San Siro a Milano nascondeva l’obiettivo di giustificare la vendita degli alloggi in tutta Italia. Bene hanno fatto i movimenti che hanno resistito per difendere un diritto fondamentale ed una fonte primaria di integrazione sociale e di  convivenza civile. Tutti quelli che non ce la fanno a reggere il peso degli affitti hanno diritto ad un alloggio popolare. È ora di rilanciare un grande piano nazionale di trasformazione in edilizia pubblica di tanto patrimonio residenziale inutilizzato o abbandonato”, conclude il dirigente dell’AS.I.A./USB

 

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Prima Assemblea del Centro-Sud contro lo Sblocca-Italia

 Napoli, domenica 7 Dicembre 2014

 

L’assemblea delle associazioni e dei comitati provenienti dalle regioni del Centro e Sud Italia, impegnati nella strutturazione e nello sviluppo della campagna “No Sblocca Italia”, appreso che a Montescaglioso (MT) il locale comitato No Triv, aderente al Coordinamento nazionale No Triv – sezione Basilicata, all’indomani dell’importante e partecipata manifestazione regionale svoltasi a Potenza lo scorso 4 Dicembre, in occasione della discussione congiunta di Giunta e Consiglio Regionale sull’opportunità di impugnare l’art. 38 della Legge “Sblocca Italia”, è stato accusato dal sindaco di Montescaglioso di essere responsabile del lancio di una bottiglia “molotov” all’esterno della sede della locale sezione del PD, presenti quadri di quel partito ed il sottosegretario agli Interni Bubbico (ex presidente della Regione Basilicata), denunzia il pericoloso quanto malcelato tentativo di criminalizzazione dell’ampio movimento che si compone di comitati, coordinamenti territoriali, associazioni, studenti, cittadini, che sta lottando contro i rischi di petrolizzazione del territorio e delle devastanti conseguenze dell’attuazione del disposto normativo della Legge “Sblocca Italia”.

Non è sfuggita ai movimenti lucani e non solo l’escalation di eventi recenti costruiti ad arte al fine di screditare quanti lottano da anni per la difesa della salute, dell’ambiente, della democrazia, in una Regione bersaglio privilegiato delle mire della nuova SEN (Strategia Energetica Nazionale), a partire dall’accusa a fantomatici ambientalisti di aver forato ad oltre un paio di metri sottoterra un oleodotto in agro di Marconia (evenienza in seguito smentita in sordina dalla stessa ENI, che non riesce ancora una volta a celare la natura acida e corrosiva del petrolio lucano); fino alla campagna mediatica di stampo negazionista in atto riguardante gli effetti nefasti del ciclo estrattivo, di trattamento, di reiniezione, sulle falde acquifere, sulla catena alimentare, sulla salute.

L’assemblea esprime pertanto piena ed unanime solidarietà al comitato No Triv di Montescaglioso, al Coordinamento nazionale No Triv – sez. Basilicata, denunziando con fermezza lo squallido tentativo di creare un clima da caccia alle streghe e di criminalizzazione politica e sociale in atto.

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Il Governo continua a (s)mentire sul #TTIP. La Campagna smonta il Trattato

Con una pagina creata ad hoc, il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) e la sua Direzione generale per la politica commerciale internazionale, prova a demistificare il TTIP, provando a chiudere una volta per tutte la questione con un semplice elenco di domande e di risposte.
Di fronte a domande specifiche, il Ministero prova a chiarire definitivamente la diatriba TTIP, perché per il Governo Renzi questo trattato s’ha da fare. Peccato che le argomentazioni siano imprecise e superficiali, più adatte a una campagna di marketing che non ad un’azione di vera informazione.

Campagna Stop TTIP Italia ha precisato alcune questioni:

http://stop-ttip-italia.net/2014/11/26/il-governo-italiano-continua-a-smentire-sul-ttip/

 

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