(Inter)Nazionali Archive

0

Notte bianca del sindacato di base

14/16 SETTEMBRE 2014.

“…ASPETTANDO CHE TORNI…”

DARIO FO, GIOVANNI FERRARA, DANIELE SEPE E MOLTI ALTRI

ALLA NOTTE BIANCA PER LA DEMOCRAZIA NEI LUOGHI DI LAVORO

Il premio Nobel Dario Fo, il costituzionalista Giovanni Ferrara, il musicista Daniele Sepe, insieme a tanti altri artisti, giuslavoristi, parlamentari, lavoratori e sindacalisti, daranno vita alla Notte Bianca per la Democrazia nei Luoghi di Lavoro “…ASPETTANDO CHE TORNI…”, organizzata dall’Unione Sindacale di Base tra il 14 e il 16 settembre in numerose città italiane.

L’iniziativa precede l’avvio del ricorso promosso presso il Tribunale di Roma dall’USB contro l’accordo sulla rappresentanza sindacale siglato il 10 gennaio scorso tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, mirato ad eliminare quel poco di democrazia ancora esistente nei luoghi di lavoro ed escludere il sindacalismo conflittuale. Con il ricorso l’USB chiede alla Magistratura di impedire che ciò avvenga e, in ossequio al dettato Costituzionale, chiede al Parlamento che sia varata una legge democratica e pluralista sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale, valida per tutto il settore privato, in analogia con quanto già avviene nel mondo del lavoro pubblico.

Questi i principali appuntamenti della “Notte Bianca”:

14 settembre – Torino: via Cesare Battisti/piazza Carignano, dalle ore 16.00 fino a notte. Tra i partecipanti, Sen. Alberto Airola (M5S), Giorgio Cremaschi, Prof. Luciano Vasapollo; con i suoni del Senegal di Baye Goor Fall ed i tamburi del meridione di Arteddeca.

15 settembre – Milano: Circolo dei Talenti, via Chiesa Rossa 55, dalle ore 19.30. Con Dario Fo e Basilio Rizzo; suoneranno DescargaLab e NaRua.

15 settembre – Roma: Circolo degli artisti, via Casilina Vecchia 42, dalle ore 20.00. Tra i partecipanti, il costituzionalista Giovanni Ferrara, la Sen. Nunzia Catalfo (M5S, Commissione Lavoro), Giovanni Russo Spena, i giuslavoristi del Forum Diritti/Lavoro, l’attore Giordano De Plano. DJ set con Radio Città aperta.

15 settembre – Napoli:  piazza del Gesù Nuovo, dalle ore 15.30 fino a notte. Partecipano, tra gli altri, il Sen Luigi Gallo (M5S) e l’assessore del Comune di Napoli Sandro Fucito. Tanti gli interventi musicali, tra cui quelli di Daniele Sepe e Marco Zurzolo.

15 settembre – Lamezia Terme: corso Giovanni Nicotra, dalle ore 19.00, gazebo con incontri, musica e dibattitti tematici.

16 settembre – Padova: sotto l’Orologio di piazza dei Signori, sala CdQ 1 centro, dalle 20.00 alle 23.00, reading con Laura Ferrin e Bianca Menichelli, performance e microfono aperto con lavoratori avvocati e giuristi.

USB Unione Sindacale di Base

————————————————————————

LE RAGIONI DELLA INIZIATIVA

Tra il 15 e il 16 settembre prossimo l’Unione Sindacale di Base organizzerà nelle principali città italiane “…ASPETTANDO CHE TORNI…”, Notte Bianca per la Democrazia nei Luoghi di Lavoro, a cui sono stati invitati a portare il proprio contributo artisti, giuristi, costituzionalisti, parlamentari, sindacalisti, ma soprattutto lavoratrici e lavoratori, in attesa che la Magistratura e il Parlamento contribuiscano a restituire la speranza di poter vivere in democrazia nei luoghi di lavoro del nostro Paese.

Il 16 settembre, presso il Tribunale di Roma, prenderà infatti avvio la causa promossa dall’USB contro l’accordo siglato il 10 gennaio scorso tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, mirato ad escludere dalla rappresentanza il sindacalismo conflittuale. Quel poco di democrazia oggi esistente nei luoghi di lavoro diverrebbe appannaggio dei soli sottoscrittori del cosiddetto Testo Unico, la partecipazione alla elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie verrebbe preclusa alle organizzazioni sindacali che non abbiano aderito all’accordo del 10 gennaio, arrivando a prevedere sanzioni nei confronti di chi osi scioperare od opporsi in qualsiasi modo in azienda agli accordi sottoscritti.

Quattro soggetti privati hanno così inteso determinare nuove regole sulla rappresentanza, di fatto sostituendosi al Parlamento e definendo essi stessi le modalità di applicazione dell’articolo 39 della Costituzione Italiana, nonostante in Parlamento siano state presentate numerose Proposte di Legge in materia ed il Senato abbia già iniziato ad esaminarle in Commissione Lavoro.

La USB – non da sola – ha da subito messo in guardia dal grave vulnus democratico che tale accordo produrrà alle lavoratrici e ai lavoratori italiani, con conseguenze tali da far impallidire i vari porcellum, italicum, riforma del Senato.

Con il ricorso presentato al Tribunale di Roma l’USB chiede alla Magistratura di impedire che ciò avvenga e, in ossequio al dettato Costituzionale, chiede al Parlamento che sia varata una legge democratica e pluralista sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale, valida per tutto il settore privato, in analogia con quanto già avviene nel mondo del lavoro pubblico.

L’USB invita dunque tutte le lavoratrici e i lavoratori a partecipare numerosi nella notte fra il 15 ed il 16 settembre alle piazze di “…ASPETTANDO CHE TORNI…”.

0

In ricordo di RENATO BIAGETTI

Sabato prossimo 30 agosto, dalle h. 19, si terrà RENOIZE al parco Schuster, davanti alla basilica San Paolo, a Roma. È un’iniziativa che si tiene ogni anno contro il fascismo, per ricordare Renato Biagetti, un ragazzo di 26 anni ucciso otto anni fa sul litorale di Ostia, all’uscita di una dance hall, da due neofascisti.
La serata musicale si aprirà con il live dei Citizen Kane alle h. 19.
A questo link l’evento facebook. Venite numerosi! L’ingresso è libero.

0

Ikea: stop al dumping sociale

In Europa migliaia di posti di lavoro sono stati persi nel settore dei trasporti a causa del dumping sociale. Le imprese di trasporto fondano aziende in Bulgaria, Slovenia, Slovacchia, Polonia e in altri paesi. Assumono conducenti in quei paesi che poi rimangono in Belgio e nei Paesi Bassi per un periodo che va dai tre ai nove mesi, costretti a vivere nei camion e pagati in violazione delle regole esistenti. Anche l’attuale normativa sul cabotaggio terrestre non è sempre rispettata. IKEA, azienda ben nota in tutto il mondo, e le imprese di trasporto con cui essa lavora stanno facendo ricorso a queste pratiche. IKEA è stata contattata sia dal BTB / ABVV (il sindacato belga) che dal FNV Bondgenoten (il sindacato olandese), ma continua a declinare ogni responsabilità.

Scoprite di più sull’argomento vedendo su You Tube questa breve animazione: http://www.youtube.com/watch?v=wvyBRaE_U78

Tags:
0

Mai bandiera bianca di fronte ai massacri

Comunicato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nella Striscia di Gaza

Noi non alzeremo la bandiera bianca – e il sangue dei martiri di Rafah e Gaza illuminerà la strada verso la liberazione. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha salutato con orgoglio l’eroica resistenza militare del popolo palestinese a est di Rafah, che ha portato alla morte di molti soldati e al resoconto della cattura di un ufficiale. Ha ribadito che i continui crimini sionisti contro il popolo di Gaza, l’ultimo dei quali il massacro di decine di persone a Rafah, non passeranno invano, e che il sangue dei martiri del nostro popolo rimarrà un faro che illumina il nostro cammino verso la liberazione. Il brutale e criminale nemico sionista aveva pianificato in anticipo gli assalti massicci che sono iniziati ieri contro la città di Rafah, commettendo apertamente atrocità contro il nostro popolo, senza che la sua continua aggressione sin dall’inizio dell’occupazione in Palestina abbia alcuna giustificazione. I crimini della barbara macchina da guerra durante il continuo assalto a Gaza durato più di 26 giorni, vista la sua sconfitta sotto i colpi della resistenza, ha fatto ricorso a sanguinosi massacri contro civili innocenti, donne, uomini, bambini e anziani con bombardamenti e massicci lanci indiscriminati di razzi. Il Fronte ha anche ribadito ciò che aveva già confermato la resistenza: che lo scontro con i soldati invasori occupanti è avvenuto prima dell’inizio del cessate il fuoco umanitario. Il Fronte ha fiducia nella resistenza palestinese, nelle sue ali militari e nelle sue conquiste. Le aggressioni e le criminali invasioni di Rafah sono dei disperati tentativi dell’invasore per giustificare il suo totale fallimento di fronte alla grande e coraggiosa resistenza e al suo eroismo, rilevando allo stesso il tempo che la resistenza è pronta ad affrontare tutte le minacce e i piani di invasione e occupazione di Rafah. La resistenza non si arrende, la determinazione del nostro popolo non sarà spezzata. Noi non alzeremo la bandiera bianca. Siamo determinati a vincere questa battaglia e la resistenza continuerà a distruggere l’immagine del soldato sionista invincibile. Il Fronte ha rinnovato la sua enfasi sulla necessità per il nostro popolo in Cisgiordania di aumentare gli scontri in corso con l’occupazione sionista in tutti i settori e ha sottolineato la necessità per il popolo palestinese in esilio e diaspora, per le masse arabe e per le persone libere nel mondo di intensificare le loro azioni a sostegno di Gaza scendendo in piazza e assediando le ambasciate del nemico sionista per espellere i suoi ambasciatori. Il Fronte ha anche chiesto alla leadership ufficiale palestinese di firmare immediatamente, senza alcun indugio lo Statuto di Roma e di rivolgersi alla Corte Penale Internazionale affinché vengano perseguiti i leader dell’occupazione per i loro crimini efferati nella Striscia di Gaza. Non ci sono scuse per rinviare queste azioni e la mancanza di risposta è intesa chiaramente come collusione e partecipazione alla aggressione. Il PFLP ha salutato la fermezza del nostro popolo a Rafah, Beit Hanoun e in tutta la Striscia, dove è sottoposto a sistematico genocidio, aggiungendo che la vittoria arriverà come ricompensa per la loro immensa fermezza e stoicismo di fronte ai crimini indicibili.

Tags:
0

Fiumicino i laoratori difendono il posto di lavoro

FIUMICINO: USB, I LAVORATORI DIFENDONO IL POSTO DI LAVORO

IL SINDACATO HA IL DOVERE DI RIMANERE AL LORO FIANCO

 

 

Non può sorprendere nessuno che i lavoratori Alitalia dell’aeroporto di Fiumicino abbiano preso coscienza della mole di esuberi e si ribellino a licenziamenti ingiusti. La loro reazione, che non è uno sciopero bianco ma consiste nell’attenersi legittimamente a quanto previsto dalle procedure operative, si inquadra in una situazione dello scalo potenzialmente esplosiva, perché il personale che sarà collocato in mobilità comincia a essere individuato e identificato.

 

Tra i lavoratori di Alitalia di volo e di terra che stanno per essere messi in mobilità, molti sono tra i più sacrificati, che hanno sempre operato con orari massacranti, spesso con un numero insufficiente di addetti.

 

L’accordo quadro non ha dato le risposte attese ed è un accordo carente e insufficiente che ha di fatto rinviato un problema occupazionale enorme nel territorio, in ambito aeroportuale e nel trasporto aereo.

 

Sono dunque sconcertanti le dichiarazioni del Ministro Lupi, che trova “intollerabile e incomprensibile” la reazione dei lavoratori.

 

L’USB non lascerà mai da soli i dipendenti che in questo momento sono allo sbando e continuerà a operare incessantemente per arrivare a “esuberi zero”: non uno slogan, ma una necessità per risolvere il degrado occupazionale di questa società e del comparto.

 

L’USB chiede che si ritirino i provvedimenti che riguardano i licenziamenti di 2.171 lavoratori e che s’inizi immediatamente a lavorare per la costituzione del bacino per il ricollocamento certo degli addetti del settore. Sono più di 9.000 le persone che hanno perso il lavoro. Non c’è più tempo da perdere. Non possono essere sempre i lavoratori a pagare per gli errori delle aziende

0

Word Social Forum in Tunisia

Social Forum (Tunisia, 2015)

Dear friends,

During its last meeting held in Casablanca in December 2014, the International Council decided to

organize the upcoming World Social Forum 2015 once again in Tunisia.

This decision was made based on an evaluation of the proceedings of the WSF 2013, and a common

assessment of the situation of struggles marshalled by different social movements in the region, and the

world, as well as the new geopolitical context and the evolving nature of the neoliberal crisis.

Indeed, it is now imperative to realize that since 2011, and after Arab revolutions have represented a

source of hope to uplift the region from its status-quo, and a source of inspiration for the entire world

to change, the Arab region is currently undergoing deeply worrisome dynamics. Governments in power

over the past three years have yet to put in place the necessary policies and programs which respond

to the claims of young people seeking freedom and employment, women seeking equality, social

movements seeking social justice. On the contrary, throughout the region the flows of weapons and

violence abound, and religious extremism is deepening its reach, neo-liberal policies dictated by the

World Bank and the IMF are presented as the only solution and the social movements and democratic

movements are criminalized. External political and military interventions have become the rule, each

time instrumentalizing internal instability to facilitate interventions by the United States, Europe, Turkey

and the Gulf countries.

Beyond the Maghreb and the Mashreq, the African continent has become the primary source of raw

material, present as the “new economic frontier”, it too a frontier ravaged by violent extremism, the

plundering of its resources, and the devastating violence inflicted by structural adjustment programs

and the militarization of its territories.

Everywhere in the world, including in Europe, Asia, Latin America, and North America, social movements

find themselves facing aggravating economic, social and environmental crisis, as well as a systemic

attack on their rights. New tensions, directly related to hegemonic practices to appropriate resources

and conquer markets, threaten to bring the worst in Europe, Asia and Africa.

The World Social Forum remains, more than ever, a vital space for social movements which struggle

to preserve people’s dignity, so that they remain masters of their own destiny, able to fight for and

acquire new economic, social, cultural and environmental rights, and able to construct alternatives to

the neoliberal world order.

The social movements of Tunis, as well as of the Mashreq and Maghreb invite you to join their efforts in

the construction of a more just world, where justice, equality and peace prevail, and where alternatives

for the current world order, to which countless populations aspire, are discussed and debated.

Together, we would like to work to put together an open, participatory and democratic mechanism for

the organization of the World Economic Forum 2015.

Another Maghreb Mashreq is possible

Another Africa is possible

Another world in possible

Tunis, June 20, 2014

The Organizing Committee of the World Social Forum 2015

Opening of the website: June 25, 2014

International Council of the World Social Form: Ottawa, August 2014

international seminary and meeting of the International Council: end of October 2014

1

st

international seminary: February 2015

nd

2

Commission Email Liste mailing

Communication communication@fsm

2015.org

Mobilisation mobilisation@fsm20

Méthodologie methodologie@fsm2

15.org

methodologie.liste@fsm

015.org

Culture culture@fsm2015.or

culture.liste@fsm2015.o

g

Jeunes jeunes@fsm2015.or

jeunes.liste@fsm2015.o

g

Femmes femmes@fsm2015.o

femmes.liste@fsm2015.

rg

Logistique logistiques@fsm201

5.org

Personnes à mobilité

réduite

Finance finances@fsm2015.o

mobilitereduite@fsm

2015.org

finances.liste@fsm2015

rg

0

Costruire il riscatto di chi è oppresso

RIFORMA P.A.: USB P.I., APPROVATO “SULLA FIDUCIA”

PROVVEDIMENTO CHE TAGLIA DIRITTI E DEMOCRAZIA

 

COSTRUIAMO IL RISCATTO DI CHI È OPPRESSO DALLE POLITICHE DI AUSTERITÀ

 

 

E alla fine fiducia fu: alla Camera è stata votata la sedicesima fiducia al governo Renzi, questa volta sul DL 90/2014, che contiene la mobilità obbligatoria entro i 50km per i lavoratori pubblici, il possibile demansionamento in caso di esuberi, il taglio del 50% dei distacchi e dei permessi sindacali.

Questi tre punti, osteggiati con forza dalla USB Pubblico Impiego anche con il recente presidio davanti al Parlamento dello scorso 28 luglio, sembrano essere rimasti nel testo approvato nella notte alla Camera e che, dopo il voto conclusivo previsto per oggi, passerà all’esame del Senato in una forma prevedibilmente blindata.

 

Intanto i sindacati complici abdicano ancora una volta alla propria funzione e, senza aver organizzato un minuto di protesta contro il provvedimento, si accontentano di poter svolgere un qualche ruolo nell’individuazione dei criteri per la mobilità obbligatoria in continuità con l’accordo sul lavoro pubblico sottoscritto da CGIL-CISL-UIL il 3 maggio del 2012, alla vigilia dei processi di spending review.

 

L’USB P.I. rifiuta il ruolo di carnefice dei lavoratori e continua a contrastare con tutti i mezzi le politiche di austerità imposte dalla Troika e fatte proprie dal governo italiano, il quale prosegue, in continuità con i precedenti esecutivi, ad attaccare i diritti dei lavoratori, a tagliare pezzi di Stato sociale e a ridurre gli spazi di democrazia.

 

Nelle prossime settimane l’USB Pubblico Impiego riprenderà la battaglia nei posti di lavoro per tornare a costruire, dopo l’estate, le condizioni per il riscatto di chi ha subito e continua a pagare le politiche di austerità e di sacrifici.

0

Il penatagono ed il conflitto sociale

La scienza del conflitto. Secondo il

Pentagono… In evidenza

di Dante Barontini – Nafeez Ahmed *

Si fa presto a straparlare di “conflitto”. Se uno si accontenta di nuotare – sempre meno liberamente

– nelle “tonnare” predisposte in piazza dalla polizia italiana, meglio che non si avventuri in questa

lettura. Se invece non sopporta proprio di sentirsi come un insetto sotto la lente dell’entomologo, è

bene che vada avanti.

Il conflitto sociale è materia che può e deve essere analizzata in maniera scientifica, tenendo

conto dei precedenti storici come delle tecnologie esistenti, della “qualità” del nemico come di

quella degli “amici”. Altrimenti ci si inoltra in un terreno sconosciuto, irto ovviamente di rischi

imprevedibili, dotati soltanto delle proprie buone intenzioni e di una dose di incoscienza sopra la

soglia.

Un’inchiesta eccellente apparsa sul giornale inglese The Guardian nei giorni scorsi aiuta a rimettere

con i piedi per terra sia l’idea che la pratica reale del conflitto sociale. Come fa? Semplice: guarda

a quel che il Pentagono sta facendo da alcuni anni a questa parte per “implementare” la sua già

immensa conoscenza.

Da prima ancora che l’11 settembre rendesse concreto il concetto di “guerra asimmetrica”, ai piani

alti della Difesa statunitense si era capito che “il nemico” dei futuri scenari bellici sarebbe stata la

popolazione civile. Quella di altri paesi, in primo luogo di quelli che per vari motivi economici e

politici gli Stati Uniti avrebbero considerato degni di essere attaccati. Ma anche la propria; e hanno

fatto esperienza sia con Occupy Wall Street che con il controllo delle Ong.

L’inchiesta condotta da Nafeez Ahmed – nome pachistano, ma cittadinanza inglese e ruolo

accademico oltre che giornalistico – mette in luce soprattutto l’arruolamento delle “scienze sociali”

nelle fila dell’esercito degli Stati Uniti. Si parla di un buon numero di professori universitari,

beneficiati di finanziamenti mirati.

L’articolo lo abbiamo tradotto e ve lo proponiamo qui sotto. Ma ci sembra utile sottolineare alcuni

temi, visto che la prospettiva di Nafeez Ahmed – limpidamente liberal – non corrisponde alla

nostra.

Prima questione. Il Pentagono ha chiesto l’intervento degli scienziati sociali per modellizzare

le modalità con cui agiscono, si sviluppano e prendono consistenza sociale i movimenti politici

che puntano a un cambiamento radicale del sistema economico e politico. Dei movimenti

“rivoluzionari”, si potrebbe dire, se questo termine non assumesse contenuti assai diversi –

praticamente opposti – se accostato ai conflitti per una “società socialista” oppure a quelli miranti

a un califfato islamico o altro integralismo religioso. Per brevità, allora, diciamo che si tengono

sotto tiro tutti quei movimenti che contrastano con “l’equilibrio desiderato dagli Stati Uniti”,

senza riguardi agli obiettivi finali. Modellizzare significa cercare le ricorrenze stabili in flussi

di movimento altamente variabili. Significa puntare alla conoscenza dell’essenza semplice del

movimento in quanto tale per predisporre gli strumenti – comunicativi, di intelligence e infiltrazione

o specificamente militari – per costrastarlo e distruggerlo. Per quanta fantasia conflittuale ritengano

di avere i protagonisti dei diversi movimenti, infatti, le modalità di diffusione (del discorso,

organizzative, di mobilitazione o di “contagio”) sono sostanzialmente riconducibili ad alcuni

schemi principali; con alcune variazioni sul tema che dipendono dalle “culture” in campo avverso

o anche dal livello di sviluppo dell’area interessata (una cosa sono i movimenti metropolitani altro

quelli delle bande nel deserto, per schematizzare).

Restringere questa variabilità a pochi “modelli” consente dunque di predisporre contromosse e

strategie replicabili in diverse situazioni, sia pure con le necessarie differenze. E quindi anche di

formare un personale militare e/o di intelligence in grado di affrontare più situazioni specifiche,

con alle spalle un addestramento standard da implementare ad hoc. Nessuna “originalità assoluta” è

infatti ipotizzabile quando si prenda in considerazione il comportamento umano rispetto a contesti

“simili”. Il “rivoltoso” che crede di essere totalmente imprevedibile è insomma un illuso, un insetto

che si muove inconsapevole sotto la lente dell’entomologo che lo sta studiando per sopprimerlo.

Destino certo, dunque? Assolutamente no. Ma, sembra banale dirlo, bisogna elevare la propria

conoscenza al livello della scienza del conflitto. In modo da capire come ragiona l’entomologo e

contrastarne le mosse. Meno (molta meno) “spontaneità”, più scienza, insomma.

Seconda questione. Tutti i social network – come già illustrato dalla vicenda di Eward Snowden

– sono da tempo utlizzati dalle diverse “agenzie della sicurezza” statunitensi per mettere a punto

non soltanto la conoscenza “nominale e individuale” degli oppositori alla politica degli Stati Uniti,

in qualsaisi paese risiedano, ma anche e soprattutto i comportamenti che questi mettono in atto. Il

tutto per arrivare a prevedere le modalità di concentrazione di questa/e opposizione/i in rivolte o

rivoluzioni vere e proprie (c’è una differenza drastica tra i due termini, ma non ci sembra il caso di

ricordarla in questa sede).Cosa significa? Che le uniche “rivoluzioni via internet” possibili sono

quelle promosse, finanziate, appoggiate dagli Stati Uniti; mentre ogni movimento contrario sarà

monitorato e contrastato proprio a partire (anche) dal controllo della Rete.

Non è una sorpresa, almeno a livello concettuale. Ogni strumento, in mano a un militare, è sempre

“double use”; può servire per attaccare o difendersi, come qualsiasi altra arma.

Terzo. La visione strategica del Pentagono – e quindi anche della Casa Bianca e del Congresso

degli Stati Uniti – si pone decisamente oltre e fuori i confini della democrazia politica. Non

soltanto perché le popolazioni dei paesi diversi dagli Usa sono programmaticamente escluse dalla

possibilità di decidere autonomamente del proprio destino – nella misura in cui queste decisioni

vengano ad limitare o danneggiare “gli interessi degli Stati Uniti” (nazionalizzando il petrolo o

altre materie prime, per esempio). Anche la polazione interna al centro dell’imperialismo “gode”

ormai dello stesso trattamento (“gli scenari di formazione HTS ‘adattavano i COIN [scenari di

controinsurrezione] pensati per l’Afghanistan o l’Iraq’ a situazioni interne ‘degli Stati Uniti, dove

la popolazione locale è stata vista dalla prospettiva militare come una minaccia per il normale

equilibrio di potere e influenza, e come una sfida alla legge e l’ordine’”). Ci sembra di poter dire

che si tratti ormai di una svolta epocale nel capitalismo occidentale, peraltro attuata con destrezza

nella costruzione dell’Unione Europea (trattati intergovernativi, centralizzazione dei poteri

nell’esecutivo e assenza di un’assemblea elettiva dotata di potere legislativo). E programmata nelle

“riforme costituzionali” messe nero su banco dal governo Renzi, in Italia.

Un corollario necessario, ammesso indirettamente anche dal Pentagono, è il controllo diretto dei

mezzi di informazione e comunicazione (dalla stampa alle tv), incaricate di “piegare” le coscienze

limitandone si la natura che la disponibilità di informazione libera. Un tema che da solo distrugge il

mito dell’”opinione pubblica” e del “consenso informato”.

Quarto. Di conseguenza, non c’è più distinzione tra “nemico combattente” e “oppositore politico”.

Anzi, proprio i “non combattenti” sono al centro dell’analisi affidata agli scienziati sociali sotto

contratto. Una eco minore di questa nuova “cultura del conflitto” è arrivata anche in Italia. Basti

guardare all’aggravante di “terrorismo” elevata contro un numero crescente di esponenti del

movimento No Tav. Questo passaggio è quello che preoccupa di più Ahmed, il Guardian e i liberal

anglosassoni, perché mette in discussione radicalmente il loro ruolo e la stessa loro esistenza. Quasi

un’eutanasia.

Quinto ed ultimo. Non ci sembra un caso – anzi vi vediamo l’operare di una forza superiore e

incontrollabile condizionante persino l’agire militaresco dell’imperialismo – che il programma

di ricerca finanziato dal Pentagono sia stato avviato all’esplodere della crisi finanziaria del 2007,

che (giunta ormai alla conclusione del settimo anno consecutivo) sta mettendo a nudo i limiti

insuperabili del presente modo di produzione e vita. Né che il nome immaginato per il programma

sia Minerva. Non sappiamo se al Pentagono attualmente sia in servizio anche qualche filosofo

fallito – è più che probabile – ma di sicuro la scelta invera ancora una volta la tragedia della

conoscenza: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.

Del capitalismo o dell’umanità, questo è il dilemma.

p.s. Siamo convinti che indubbiamente i nostri lettori sapranno trovare altri spunti di notevole

interesse nell’inchiesta di Ahmed. Non avrete che da segnalarceli…

*****

Il Pentagono si sta preparando ad affrontare rivolte di massa

Nafeez Ahmed – The Guardian – 12 giugno 2014

Il Pentagono sta finanziando la ricerca delle scienze sociali di modellizzare i rischi di “contagio

sociale” che potrebbero danneggiare gli interessi strategici degli Stati Uniti.

Un programma di ricerca del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) sta finanziando

le università per modellizzare le dinamiche, i rischi e punti critici di disordini civili su larga scala

in tutto il mondo, sotto la supervisione di varie agenzie militari statunitensi. Il programma multi-
milionario in dollari è stato progettato per sviluppare immediati e a lungo termine “spunti rilevanti a

scopi di combattimento” per alti funzionari e decision maker “della comunità politica della difesa”,

e di informare la politica sviluppata da “comandi combattenti.”

Lanciato nel 2008 – anno della crisi bancaria globale – la ‘Minerva Research Initiative’ del

Dipartimento della Difesa ha stabilito rapporti di partneriato con le università “per migliorare le

conoscenze di base del Dipartimento della Difesa di sulle forze sociali, culturali, comportamentali e

politiche che formano le regioni del mondo di importanza strategica per gli Stati Uniti. “

Tra i progetti premiati per il periodo 2014-2017 c’è uno studio della Cornell University guidato

dalla dall’Ufficio della ricerca scientifica della US Air Force che mira a sviluppare un modello

empirico “delle dinamiche delle mobilitazioni e dei contagi fra i movimenti.” Il progetto

determinerà “la massa critica (tipping point)” dei “contagi” sociali studiando le loro “tracce digitali”

nei casi di studio come la “rivoluzione egiziana 2011, le elezioni della Duma russa nel 2011, la crisi

delle forniture di petrolio nigeriano nel 2012 e le proteste di Gezi park in Turchia, nel 2013. “

Saranno esaminati i messaggi e le conversazioni di Twitter “per identificare le persone mobilitate in

un contagio sociale, e quando diventano mobilitate”.

Un altro progetto assegnato quest’anno alla University of Washington “cerca di scoprire le

condizioni per cui nascono i movimenti politici che puntano ad un cambiamento politico ed

economico su vasta scala”, insieme alle loro “caratteristiche e conseguenze.” Il progetto, gestito

dall’Ufficio di Ricerca dell’Esercito degli Stati Uniti, si concentra sui “movimenti su vasta scala che

coinvolgono più di 1.000 partecipanti in perenne attività”, e coprirà 58 paesi in totale.

L’anno scorso, la Minerva Initiative del Dipartimento della Difesa ha finanziato un progetto per

determinare ‘Chi non diventa un terrorista, e perché?’; progetto che, tuttavia, mette insieme attivisti

pacifici e “sostenitori della violenza politica”, che sono diversi dai terroristi solo nel senso che non

si imbarcano personalmente nella “militanza armata”. Il progetto è impostato esplicitamente per lo

studio degli attivisti non violenti:

“In ogni contesto troviamo molte persone che condividono il contesto demografico, familiare,

culturale e/o socio-economico di coloro che hanno deciso di impegnarsi nel terrorismo, ma si

sono astenuti dal prendere militanza armata, anche se erano in sintonia con gli obiettivi finali

di gruppi armati. Il campo degli studi sul terrorismo non ha, fino a poco tempo fa, tentato di

guardare a questo gruppo di controllo. Questo progetto non è sui terroristi, ma sui sostenitori

della violenza politica.”

Il caso 14 del progetto “comprende ampie interviste con dieci o più attivisti e militanti nei partiti e

nelle ONG che, pur in sintonia con cause radicali, hanno scelto un percorso di non violenza.”

Ho contattato il principale ricercatore del progetto, il prof. Maria Rasmussen della US Naval

Postgraduate School, chiedendo perché gli attivisti non violenti che lavorano per le ONG devono

essere equiparati ai sostenitori di violenza politica – e quali “partiti e ONG” siano stati oggetto di

indagine – ma non ho ricevuto risposta .

Allo stesso modo, lo staff del programma Minerva ha rifiutato di rispondere a una serie di domande

simili che ho posto loro, comprese le domande su come le “cause radicali” promosse da ONG

pacifiche potessero costituire una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale di interesse del

Dipartimento della Difesa.

Tra le mie domande, c’era anche questa:

«Il Dipartimento della Difesa statunitense vede i movimenti di protesta e l’attivismo sociale in

diverse parti del mondo come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti? Se sì,

perché? Il Dipartimento della Difesa statunitense considera i movimenti politici che puntano

a il cambiamento politico ed economico su larga scala come una questione di sicurezza

nazionale? Se è così, perché? L’attivismo, la protesta, i «movimenti politici e naturalmente

le ONG sono un elemento vitale di una società civile sana e della democrazia – perché il

Dipartimento della Difesa sta finanziando la ricerca per indagare su tali questioni?”

Il direttore del programma Minerva, il dottor Erin Fitzgerald, ha dichiarato “Apprezzo le vostre

preoccupazioni e sono contento che le abbia espresse dandoci l’opportunità di chiarire”, prima

di promettere una risposta più dettagliata. Invece, ho ricevuto la seguente anodina dichiarazione

dell’ufficio stampa del Dipartimento della Difesa:

“Il Dipartimento della Difesa prende sul serio il suo ruolo nella sicurezza degli Stati Uniti,

dei suoi cittadini e di alleati e partner degli Stati Uniti. Finché ogni sfida per la sicurezza non

provoca conflitto e ogni conflitto non coinvolge l’esercito americano, Minerva contribuisce a

finanziare ricerca scientifica di base che aiuta l’aumento della comprensione del Dipartimento

della Difesa su ciò che provoca instabilità e insicurezza in tutto il mondo. Attraverso la

migliore comprensione anticipata di questi conflitti e delle loro cause, il Dipartimento della

Difesa può prepararesi meglio per il futuro ambiente di sicurezza dinamica”.

Nel 2013, Minerva ha finanziato un progetto dell’Università del Maryland in collaborazione con il

Pacific Northwest National Laboratory del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti per valutare

il rischio di disordini a causa del cambiamento climatico. Il progetto – tre anni, 1,9 milioni dollari -

sta sviluppando modelli per anticipare ciò che potrebbe accadere in alcune società sotto una serie di

potenziali scenari di cambiamento climatico.

Fin dall’inizio, è stato previsto di fornire al programma Minerva oltre 75 milioni in cinque anni per

la ricerca nelle scienze sociali e comportamentali. Solo quest’anno dal Congresso degli Stati Uniti è

stato stanziato un budget totale di 17,8 milioni dollari.

Uno scambio di mail interno allo staff della comunicazione Minerva, reso noto in una dissertazione

per il Master 2012, rivela che il programma è orientato verso la produzione di risultati rapidi,

direttamente applicabili alle operazioni sul campo. La dissertazione era parte di un progetto

finanziato da Minerva sul “discorso islamico contro-radicale”, presso l’Arizona State University.

L’e-mail interna da Prof Steve Corman, uno dei principali ricercatori del progetto, descrive una

riunione ospitata dal programma di Modellizzazione umana sociale culturale e comportamentale

(HSCB) del Dipartimento della Difesa, in cui alti funzionari del Pentagono hanno detto che la loro

priorità era quella di “sviluppare capacità che sono consegnabili rapidamente”, sotto forma

di “modelli e strumenti che possono essere integrati con le operazioni”.

Sebbene il supervisore dottor dell’Office of Naval Research – Harold Hawkins – avesse in via

preliminare rassicurato i ricercatori universitari che il progetto era semplicemente “uno sforzo di

ricerca di base, quindi non dovremmo essere preoccupati circa le possibili applicazioni”, l’incontro

ha di fatto dimostrato che il Dipartimento della Difesa sta cercando “risultati trasformabili”

in “applicazioni”, ha detto Corman nella sua email. Ha consigliato i suoi ricercatori di “pensare a

plasmare risultati, relazioni, ecc, in modo che [il Dipartimento della Difesa] possa vedere

chiaramente la loro applicazione per strumenti che possono essere adottati sul campo.”

Molti studiosi indipendenti sono critici verso ciò che vedono come uno sforzo del governo degli

Stati Uniti di militarizzare la scienza sociale al servizio della guerra. Nel maggio 2008, l’American

Anthropological Association (AAA) ha scritto al governo degli Stati Uniti facendo notare che al

Pentagono manca “il tipo di infrastrutture per la valutazione antropologica della ricerca [scienze

sociali e altre]“, il che comporta “un esame rigoroso, equilibrato e obiettivo di peer review”,

chiedendo che tale ricerca sia gestita invece da agenzie civili come la National Science Foundation

(NSF).

Il mese successivo, il Dipartimento della Difesa ha firmato un memorandum d’intesa (MoU) con la

NSF per collaborare alla gestione di Minerva. In risposta, l’AAA ha avvertito che le proposte di

ricerca dovrebbero ora essere valutate da commissioni di revisione di merito del NSF. Mentre “I

funzionari del Pentagono avranno potere decisionale nel decidere che siede nelle commissioni”:

“… Permangono preoccupazioni all’interno della disciplina che la ricerca sarà finanziata solo

quando sostiene l’agenda del Pentagono. Altri critici, compresa il Network of Concerned

Anthropologists, hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che il programma potrebbe

scoraggiare la ricerca in altri settori importanti e minare il ruolo dell’università come luogo di

discussione indipendente e critica dei militari.”

Secondo il prof David Price, un antropologo culturale in servizio presso l’Università di San

Martino, a Washington, autore di Weaponizing Antropologia: Scienze Sociali al servizio dello Stato

Militarizzato, “quando osservi i singoli bit di molti di questi progetti, questi possono sembrare

normali scienze sociali, analisi testuale, ricerca storica, e così via; ma quando sommi tutti questi

singoli bit questi sembrano condividere problemi di leggibilità, con tutte le distorsioni di un eccesso

di semplificazione. Minerva è la produzione a cottimo di un impero con modalità che possono

permettere ai singoli ricercatori di dissociare i loro contributi individuali dal progetto più grande”.

Il prof. Price ha già esposto come il programma Il Pentagono stia finanziando la ricerca delle

scienze sociali per modellizzare i rischi di “contagio sociale” che potrebbero danneggiare gli

interessi strategici degli Stati Uniti.

Citando una sintesi critica del programma inviato da un ex dipendente ad amministratori dell’HTS,

Price ha riferito che gli scenari di formazione HTS “adattavano i COIN [scenari di

controinsurrezione] pensati per l’Afghanistan o l’Iraq” a situazioni interne “degli Stati Uniti, dove la

popolazione locale è stata vista dalla prospettiva militare come una minaccia per il normale

equilibrio di potere e influenza, e come una sfida alla legge e l’ordine”.

Un gioco di guerra, ha detto Price, che coinvolgeva attivisti ambientali che protevano per

l’inquinamento prodotto da una centrale a carbone vicino al Missouri, alcuni dei quali erano membri

della nota ONG ambientale Sierra Club. I partecipanti avevano il compito di “individuare coloro

che erano ‘risolutori di problemi’ e quelli che erano ‘produttori di problemi’, e il resto della

popolazione sarebbe il bersaglio di operazioni informative per spostare il loro centro di gravità

verso quella serie di punti di vista e valori che era lo ‘stato finale desiderato’ della strategia militare”.

Questi giochi di guerra sono coerenti con una serie di documenti di pianificazione del Pentagono

che suggeriscono che la sorveglianza di massa prodotta dalla National Security Agency (NSA) sia

in parte motivata dalla necessità di preparare all’impatto destabilizzante di futuri shock ambientali,

energetici ed economici.

James Petras, Bartle Professor di Sociologia presso la Binghamton University di New York,

concorda con le preoccupazioni del prof. Price. Gli scienziati sociali finanziati da Minerva legati a

operazioni di controinsurrezione del Pentagono sono coinvolti nello “studio delle emozioni nel

fomentare o reprimere i movimenti diretti ideologicamente”, ha detto, compreso il

come “contrastare movimenti di base.”

Minerva è un ottimo esempio della natura profondamente gretta e autolesionista dell’ideologia

militare. Peggio ancora, la mancanza di volontà dei funzionari del Dipartimento della Difesa nel

rispondere alle domande più elementari è sintomatico di un semplice fatto: nella loro missione

incrollabile di difendere un sistema globale sempre più impopolare, servendo gli interessi di una

piccola minoranza, le agenzie di sicurezza non esitano a dipingere la maggior parte di noi come

potenziali terroristi.

* Nafeez Ahmed è un giornalista specializzato in sicurezza internazionale e un accademico. È autore

della Guida per l’utente nella crisi della civiltà: e come salvarla, e il prossimo thriller di

fantascienza, PUNTO ZERO.

Tags:
0

Salvare il teatro Valle

Oggi, al Teatro Argentina, la Fondazione Teatro Valle Bene Comune è stata convocata dal Teatro di Roma nelle figure del suo presidente Marino Sinibaldi e del direttore artistico Antonio Calbi, alla presenza del Presidente della Commissione Cultura, Michela Di Biase, e del neo Assessore alla Cultura di Roma, Giovanna Marinelli.

 

Abbiamo accolto l’invito – che auspicavamo dal 18 settembre 2013, giorno della costituzione della Fondazione – con assoluta disponibilità ad aprire un dialogo fondato sul confronto partecipato e a uscire dallo stato di illegalità in cui ancora versa la Fondazione Teatro Valle Bene Comune.

 

Nella piena disponibilità ad avviare da subito un momento di transizione che porti all’uscita dall’attuale stato di occupazione, abbiamo proposto l’apertura di un percorso pubblico per il conseguimento di un nuovo modello partecipato che raccolga le sperimentazioni elaborate nel corso di questi tre anni, presentando le seguenti proposte:

 

- un percorso di dialogo e interlocuzione pubblico e trasparente a livello cittadino che sia garanzia per i 5600 soci, con l’obiettivo di gestire la delicata fase di transizione verso un modello di teatro partecipato;

 

- che in ogni fase del processo di transizione siano presenti le istituzioni competenti, la Fondazione Teatro Valle Bene Comune e il Teatro di Roma;

 

- un accordo programmatico scritto che preveda nella futura collaborazione tra Teatro di Roma e Fondazione Teatro Valle Bene Comune la realizzazione di un nuovo modello di gestione partecipata del Teatro Valle che recepisca i seguenti principi:

 

Principi artistici:

 

- direzione artistica a chiamata pubblica su progetto

 

- salvaguardia dei principi che animano la vocazione artistica di questa esperienza basati su: formazione, drammaturgia contemporanea, relazioni nazionali e internazionali, interdisciplinarietà, teatro aperto alla cittadinanza.

 

Principi di natura gestionale-economica:

 

- tutela dei diritti dei lavoratori

 

- rapporti di lavoro basati su un equilibrio tra paghe minime e massime e ispirati a un principio di equità

 

- una politica dei prezzi che garantisca l’accesso a tutti

 

Principi di governo del teatro:

 

- cariche esecutive turnarie

 

- partecipazione democratica nei processi decisionali

 

Accogliendo la preoccupazione espressa da più parti sullo stato dello stabile, la Fondazione si è detta immediatamente pronta a farsi garante dell’accesso al Teatro Valle per l’esecuzione di ogni necessario sopralluogo e valutazione da parte delle istituzioni competenti.

 

Ha proposto per la fase di transizione, visto il valore storico-artistico dell’edificio del Teatro Valle, la formazione di una commissione di garanti di alto profilo scientifico – Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Paolo Maddalena, Massimo Bray, Ugo Mattei, Paolo Berdini – che hanno dato la loro disponibilità a fornire supporto e garantire trasparenza sulle opere da eseguire, i tempi e i costi delle stesse, si veda la lettera allegata.

 

In risposta, ci è stata presentata come conditio sine qua non a ogni tipo di interlocuzione, l’imprescindibile e immediata uscita degli occupanti dal Teatro Valle e la sua consegna al Teatro di Roma e alla Soprintendenza Nazionale per lavori di restauro e messa a norma.

 

Alla nostra richiesta di apertura del tavolo, di garanzie scritte, di concordare tempi e modalità necessari alla risoluzione di quanto proposto è stato risposto con un diniego assoluto e una chiusura totale da parte di tutti i rappresentanti delle istituzioni presenti.

 

La convocazione si è rivelata di fatto un ultimatum senza margini per ogni possibile dialogo.

 

Troviamo preoccupanti le dichiarazioni espresse dall’assessore Marinelli che sembrano ridurre l’esperienza di questi tre anni esclusivamente a un problema da risolvere in modo sbrigativo e non come un’opportunità per la città e per il Paese.

 

Continuiamo a credere nella possibilità di una risoluzione che passi attraverso il dialogo e che sia pacifica e non violenta.

0

Storie dalla Palestina: Calpestati i diritti dei lavoratori palestinesi

Un tentativo di organizzare i lavoratori palestinesi di un’autofficina della West Bank è stato impedito dal datore di lavoro israeliano con la collaborazione della polizia. I lavoratori dell’autofficina Zarfati, organizzati nel sindacato indipendente WAC-MAAN, hanno proclamato uno sciopero in difesa dei loro diritti. Il datore di lavoro, per tutta risposta, ha inventato accuse in materia di “sicurezza” contro il leader dell’organizzazione, Hatem Abu Ziadeh, usando come copertura la guerra a Gaza. La polizia israeliana gli ha revocato il permesso di lavoro, condannandolo di fatto al licenziamento. WAC-MAAN e i lavoratori dell’autofficina Zarfati sono decisi a lottare contro questo arbitrio. Inviate un messaggio di protesta per sostenere la loro battaglia affinché siano ritirate tutte le accuse contro Abu Ziadeh, e gli venga assicurata la possibilità di organizzarsi in difesa dei propri diritti.

Tags:
Pagina 1 di 8912345...102030...Ultima »