Respingiamo il ricatto di Fiat e di tutta la borghesia italiana!
Marchionne, “l’uomo della provvidenza”, dopo aver estratto dal lavoro degli operai profitti enormi, anche in piena crisi, dopo aver garantito che gli accordi americani non avrebbero intaccato gli stabilimenti italiani, dopo essersi immediatamente smentito decidendo la chiusura di Termini Imerese, oggi pone gli operai di Pomigliano di fronte al più schifoso dei ricatti: o lavoro alle sue condizioni o la produzione rimarrà in Polonia. In altre parole la fabbrica non chiuderà se accetteremo di diventare come i polacchi. Un arretramento di 40 anni utilizzando il ricatto della delocalizzazione per piegare i lavoratori e contrapporre tra loro quelli del gruppo Fiat in Italia ma anche quelli degli altri stabilimenti sparsi negli altri paesi.
È oltre un trentennio che stanno utilizzando questa ricetta -riduzione dei salari, diffusione della precarietà, aumento dello sfruttamento e tagli alla spesa sociale- ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Perché questa volta dovrebbe funzionare? Perché se accettiamo un ulteriore drastico peggioramento l’economia dovrebbe riprendersi e lo stabilimento di Pomigliano dovrebbe salvarsi? Quello che si riprenderà forse sono solo i profitti. Proprio i polacchi, che per un posto in Fiat hanno dato lacrime e sangue, oggi chiedono a noi italiani di resistere perché per loro aver accettato i diktat dell’azienda non ha significato nessun beneficio né il mantenimento della produzione nel loro paese.
In realtà la Fiat, insieme agli altri padroni italiani, ritiene che la crisi fornisca un’occasione irripetibile per dare una spallata decisiva alle condizioni di vita e di lavoro conquistate con anni di lotte e che sono già state abbondantemente rimangiate negli scorsi anni.
Dopo aver ottenuto continui cedimenti da parte dei sindacati concertativi, oggi usano i mutati rapporti di forza, realizzati proprio con quegli arretramenti, per imporre un attacco di proporzioni disastrose.
Il senso del ricatto di Marchionne, che riceve il plauso tanto di governo e opposizione quanto dalla grande stampa, sta tutto qui. Non si tratta solo dell’aumento della produttività, dell’orario di lavoro, dei 18 turni. La posta in gioco è ancora più alta: è lo strumento del contratto nazionale, è la capacità di difesa collettiva e sindacale dei lavoratori, è il diritto allo sciopero e alla resistenza contro l’arroganza e lo strapotere del padrone.
E, come avvenne con Melfi, dove si imposero condizioni contrattuali peggiorative in nome della particolarità di quello stabilimento, anche in questo caso questo arretramento sarà generalizzato non solo a tutto il gruppo Fiat ma a tutti gli altri lavoratori perché gli altri padroni seguiranno a ruota.
Questa quindi non è una vicenda che riguarda solo gli operai Fiat e meno ancora solo gli operai di Pomigliano. Come sempre la Fiat fa da capofila al fronte padronale, ma gli altri capitalisti si stanno già leccando i baffi al pensiero di ciò che potranno permettersi se passa questo accordo a Pomigliano.
Per questo motivo il ricatto va rispedito al mittente rifiutandosi di andare a votare oppure votando NO al referendum farsa, imposto dalla stessa azienda ed dai suoi collaboratori (CISL, UIL, FISMIC, UGL) per ottenere la legittimazione politica a colpire chi non sarà disponibile a subire passivamente quest’accordo.
Utilizziamo tutte le occasioni possibili per esprimere la nostra reale opposizione a questo disastroso attacco alle nostre condizioni di vita e di lavoro, facciamo sentire il nostro dissenso anche ai vertici della Cgil che, con faccia compunta, ci spiegano che il lavoro viene prima di tutto e quindi, anche “a malincuore” invitano gli operai non solo ad andare a votare ma anche a votare SI.
Facciamo pressione sulla Fiom affinché resista con il rifiuto di firmare, perché anche dai sui vertici vengono segnali di disponibilità se non a sottoscrivere tutto l’accordo ad accettarne comunque alcuni degli aspetti più gravi.
Anche se all’immediato il ricatto dovesse passare è necessario ricostituire l’unità tra i lavoratori tanto a livello di gruppo Fiat quanto con quelli di altri gruppi, tanto sul piano nazionale che internazionale.
A fronte di una classe dei capitalisti che non solo possono contare su governi, partiti e sindacati amici, ma si muove liberamente sullo scenario internazionale, i lavoratori non hanno altra scelta se non quella di accettare la sfida e, al totem della sottomissione alla legge dei mercati e della compatibilità, devono contrapporre quella dell’unità e della difesa generalizzata dei proletari poiché solo attraverso tale unità è possibile recuperare quei rapporti di forza che ci consentano di reagire efficacemente all’attacco internazionale del capitalismo.
Cobas Lavoro Privato – Rete Anticapitalista Campana